Le sculture di Barina in mostra a Milano
Cavatappi. Grattugie. Colini. Trovati nei mercati più popolari delle città. E reinterpretati come figure umane. Apre a Milano la mostra delle sculture di Marco Barina, tra preistoria e avanguardia, con l'eco del pop.
Oggetti trovati. Oggetti umili, quotidiani: una grattugia, un colino, un cavatappi. Un coltello a mezzaluna, un piatto di stagno o di ottone, una zuccheriera. E anche utensili di cui non sappiamo più l'uso, piccole cose d'un quotidiano che non esiste più, ma che continua a evocare ciò che è stato, le mani che le hanno usate, le case che hanno abitato. Questa moltitudine di oggetti sono il terreno da cui nascono le sculture di Marco Barina, esposte a Milano, presso la galleria Cardazzocontemporaneo, fino al 26 febbraio 2011.
Con questi materiali 'poveri', che l'artista recupera nei mercatini (in particolare 'il mercato' per eccellenza, il romano Porta Portese) Barina costruisce figure umane che sembrano guardare chi le osserva da un mondo premoderno, fondendo in sé le suggestioni dell'arte primitiva di culture diverse ma senza ridursi a un semplice omaggio. "La figura umana ha potenzialità infinite. Mi piace costruire volti e corpi a partire da oggetti che conservano la patina del tempo, direi quasi che 'incarnano tempo'. Mi piace 'spigolare' in questo tempo passato, rifarmi alla raffigurazione umana che è una costante dell'arte, pensiamo alle pitture rupestri o alla scultura preistorica. E questo perché si vede spesso la storia dell'arte come una linea, mentre invece bisognerebbe pensare alla preistoria come alla nostra avanguardia". Dopo essere stato pittore per molti anni, Barina è approdato alla scultura solo nel 2006. La mostra milanese è un'occasione per scoprire la sua produzione.
Nel bel catalogo realizzato per l'occasione, la prefazione è stata affidata al filosofo Maurizio Ferraris. Il quale scrive della 'materia' particolare che l'artista ha scelto come base della sua arte "questi oggetti, che frettolosamente vengono definiti 'arte minore', che è la base per un'arte maggiore. E che questa bellezza è da sempre lì, in attesa, ovunque si raccolgano degli oggetti, testimoni secondari e umili delle nostre vite". Una scelta che ha lasciato Barina libero dall'appartenza a una corrente specifica dell'arte contemporanea, ma in grado di assorbire elementi dai momenti fondamentali dell'arte novecentesca.
Nella sua produzione c'è l'eco del Pop, "della ripresa – e di fatto al trasformazione, anzi la metamorfosi" – del ready made da parte della Pop Art", e ciò che "in mancanza di meglio" Ferraris chiama "Egitto", ovvero la capacità degli oggetti di "guardarci con sguardo egizio" perché "la sanno più lunga di noi perché sanno che c'erano prima di noi e ci saranno dopo di noi". Anche il profano, guardando una delle opere esposte a Milano, non potrà non sentirsi addosso questo sguardo che scavalca il tempo. E di provare un misto di inquietudine e di strana familiarità.
Autore: Lara Crino – http://espresso.repubblica.it/dettaglio/barina/2142720
http://www.cardazzofactory.it/
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